Discorso di Adrien de Riedmatten, comité romand

Solo alcuni giorni fa gli svizzeri hanno celebrato la festa della loro indipendenza. Mentre i popoli del mondo intero ballano sotto i fuochi d'artificio, gli elvetici allestiscono immensi falò sulle loro montagne e nelle loro vallate. Questi fuochi erano il segnale d'allarme che i confederati si scambiavano all'avvicinarsi dell'invasore.

Allestiamo dei fuochi il 1° agosto per ricordare che il nostro paese non è fondato sull'idea di nazione, bensì su quella di alleanza difensiva, che questa libertà è stata ottenuta imbracciando le armi, che è il frutto di un rispetto imposto non dalla violenza, ma dalla forza di una volontà comune, la nostra.

E perché fare tutto ciò se non per ricordarsi che quanto è stato ottenuto con la forza può essere perso con la debolezza e che la libertà non si impone mai a chi non la desidera. Miei cari compatrioti, vengo ad accendere un fuoco per avvertirvi che è giunto il momento, più che mai, di meritare la nostra indipendenza.

Sono lieto di poter salutare oggi, per la prima volta, un uomo che si è dimostrato provvidenziale con la fede riposta nella democrazia diretta. Fede che implicò una pazzia nel momento in cui la quasi totalità delle elite politico-mediatiche prometteva le sette piaghe d'Egitto e il 20% di disoccupazione in caso di ribellione. Sì, ci sono romandi che apprezzano Christoph Blocher e che provano gratitudine per ciò che ha saputo fare. Grazie a lui, una generazione, la mia, ha potuto conoscere e vivere l'idea di un popolo e di uno stato sovrani. A 25 anni di distanza, abbiamo l'onestà di riconoscere che «la domenica nera» del 6 dicembre 1992 è stato certamente il giorno più luminoso della nostra storia contemporanea. È un dato di fatto, le minacce con cui ci subissavano allora hanno colpito coloro che si sono sottoposti, risparmiando invece coloro che hanno saputo resistere.

Tutti i popoli che si sono espressi democraticamente sull'UE l'hanno respinta. Ma il sistema europeo, a questo riguardo, considera la loro voce talmente insignificante che rifiuta di ratificare la minima decisione contraria. Un popolo ha votato talmente «male» che il coro dei mass media esige immediatamente un nuovo scrutinio. Anche in Svizzera c'è voluto non meno di un quarto di secolo prima che questa domanda d'adesione – che la popolazione non ha mai formulato – venisse finalmente ritirata.

Dinnanzi alla prospettiva di un nuovo fallimento nell'ambito di una votazione popolare, le nostre elite tentano di schivarla. Si evita l'argomento che contraria, si promette, non si mantiene la parola data, si cerca di vendere «pacchetti». Abbiamo accettato il pacchetto degli accordi di Schengen e dove siamo oggi? La via lungo i Balcani è ricoperta di filo spinato, la Francia ha chiuso la sua frontiera con l'Italia, l'Austria ha letteralmente murato il Brennero e siamo gli unici che continuano ciecamente a riporre la nostra fiducia in un sistema che spinge l'ondata dei migranti direttamente verso la nostra frontiera meridionale.

La Svizzera è come un vascello deviato da una cricca che la democrazia disturba e che si crede oggi mediaticamente abbastanza forte per farsi gioco del suffragio popolare. Si strumentalizzano le paure, ci vengono propinati gli scenari apocalittici di 25 anni fa. Vogliono farci rimpiangere di essere liberi! Certamente, vogliamo lavorare con l'UE, e anche con il resto del mondo, ma desideriamo farlo come popolo sovrano. Rifiutiamo di dare carta bianca a un'entità che ignora tutto di noi e che se ne infischia della nostra concezione di libertà. Lasciare le chiavi del paese e l'amministrazione dello stato a un governo straniero, ratificare automaticamente e senza diritto di riesame le decisioni di giudici lontani, non è né più né meno che la fine dell'idea della nostra patria. È come estinguere per sempre la fiamma che ci anima da oltre 700 anni.

Credo che fosse Lenin a dire che, in un paese, se c'è un esercito e questo non è il vostro, è quello degli altri. Ritengo che, in un paese, se c'è un governo che non è il vostro, inevitabilmente è quello di un altro. Questa votazione è cruciale tanto quanto le nostre prime guerre d'indipendenza. Si tratta di decidere se vogliamo continuare a essere ciò che siamo o se ci vogliamo rassegnare a essere solamente un cantone dell'Europa, una zona fiscale di questa grande amalgama internazionalista che opprime i popoli e distrugge le libertà. Osservate i popoli dell'Europa e, soprattutto, guardate come ci osservano. È per loro che dobbiamo resistere, se perdono la Svizzera, perdono tutto.

 

05.08.2016 | 21022 Aufrufe